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La fede, un frutto?

Categoria: Articoli, Home | Data: 05 Mag 2017

La fede è un frutto che non deve marcire mai. La Chiesa, la fede, devono essere il presente per poi diventare la Chiesa futura. Meno crederete, più soffrirete” (11-5-1986).

C’è qualcosa di più profondo in questa frase già di per sé profonda, pronunciata nella prima apparizione dalla Madonna. Qualcosa che sembra alludere ed evocare un significato a un livello più radicale. Qualcosa che sembra voler svegliare la parte più intima della nostra coscienza.
Qualche spunto: la fede come frutto, è un’espressione abbastanza infrequente. Si dice che la fede è un dono. Ma un frutto? E se questa espressione volesse richiamare il passo della Genesi dove si narra che Adamo ed Eva rubano il frutto dell’albero che il Signore aveva proibito di mangiare?
Con l’avvento di Cristo Gesù ci è stato dato un altro frutto, non un frutto rubato, ma un frutto donato: il dono della fede. Ma questo frutto, ci dice la Madonna, “non deve marcire mai”. Il marcire per un frutto è l’equivalente del morire. Quindi Maria Ss. ci sta dicendo “non fate morire il dono della fede!”.
Poi la frase successiva: “La Chiesa, la fede, devono essere il presente per poi diventare la Chiesa futura”.
Già sembra singolare quell’accostamento fra le due parole Chiesa-fede. Senza una congiunzione ma con una semplice virgola. Che c’è di nascosto anche qui? Qual è la provocazione che vuole scuoterci? Forse è da ricollegare alla frase precedente, cioè per non far morire la fede, essa deve essere il presente, cioè deve essere il nostro qui ed oggi quotidiano, deve essere vita. E con la fede la stessa Chiesa deve essere il qui ed oggi. Senza dubbio qui per Chiesa la Ss. Vergine intende la comunità dei fedeli (anche qui c’è un’altra evocazione fede-fedeli). Quindi si può dire che la fede va intesa e vissuta in senso ecclesiale e non come fatto privato e puramente intimistico. La Chiesa è l’unico corpo di Cristo che ogni giorno perpetua il suo presente e il suo futuro nel vivere la fede verso il suo Signore.
Infine l’ultima frase, “Meno crederete, più soffrirete“, chiude il ragionamento, anche in questo caso un’espressione inconsueta. Che vuol dire “meno crederete”? O si crede o non si crede. Non ci sono gradazioni! Allora la risposta va cercata altrove. Il credere vuol significare qualcos’altro e questo qualcos’altro è racchiuso nelle frasi precedenti: il credere richiama la fede intesa come pratica, cammino, presenza quotidiana. La discontinuità allora è sinonimo di assenza della fede vissuta, è un farla marcire, ma con essa marcisce anche la vita della Chiesa e noi stessi. Il marcire è un processo di morte e con essa di sofferenza. Vivere la fede aiuta a vivere e a “leggere” i fatti della nostra quotidianità sotto un’altra luce, una luce che ci introduce già su questa terra nella vita beata.
Queste riflessioni ci aiutino a vivere l’anno della fede. Sembra che la Madonna ce le abbia preparate dal lontano 1986 apposta per questi nostri giorni. Grazie Mamma!

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